Germani Basket, un Ho-Chunk sulle orme di Toro Seduto

Oggi vi propongo una storia curiosa che parte da un campo da basket e arriva alle riserve dei nativi americani. Il protagonista è Bronson Koenig, nuovo giocatore della Germani Basket di Brescia. Un giovane uomo dall’esistenza affascinante. Talento di gioco e di cuore. Ne ho scritto qualche giorno fa su Bresciaoggi. A seguire, l’articolo. Buona lettura.

 

Con Bronson Koenig, alla Germani Basket di Brescia, non è arrivata solo una star statunitense del basket universitario, talento di abilità e precisione in rapida ascesa. È arrivato un giovane uomo che nel 2016 (a 22 anni) si è guadagnato la notorietà per aver sostenuto la lotta dei nativi americani contro il Dakota Access Pipeline, un oleodotto sotterraneo che secondo i Sioux potrebbe avvelenare l’approvvigionamento idrico della loro riserva e quello di milioni di persone. Perché Koenig – i tatuaggi sul corpo glielo rammentano ogni giorno – è uno di loro. Nato da madre 100% Ho-Chunk e padre bianco, il cestista non nasconde di essersi spesso sentito «come uno sconosciuto in due terre» e aver lottato con sé stesso per comprendere a fondo la sua identità. Il viaggio di tre anni fa, compiuto prima di iniziare l’ultimo anno di college in Wisconsin e il campionato di basket, ha segnato una tappa importante nella sua vita: fra migliaia di persone accampate in tende e camper, sotto lo stringente controllo della polizia, non solo ha testimoniato il suo impegno civico, ma ha toccato, e riscoperto, le proprie origini. È stato lui stesso a raccontarlo su The Players Tribune. «La bandiera della nostra tribù Ho-Chunk volava sulla nostra roulotte» scrive Bronson Koenig nella cronaca del suo viaggio verso la riserva di Standing Rock, fatto insieme al fratello. Arrivato fra più di 300 tribù provenienti anche da Florida, Alaska e dal Sud America, racconta di aver subito sentito un legame. «Difficile da descrivere. Nella prateria, lontano da casa, ho sentito un senso di conforto». Ma il cuore della combo guard statunitense lo si misura soprattutto nell’incontro con i più piccoli di Standing Rock, che giocavano su un campo da basket improvvisato, lì dove la protesta Sioux – oggi ripresa con vigore dopo l’entusiastico sostegno di Trump agli oleodotti – esprimeva il proprio dissenso. «Alcuni avevano lunghi capelli legati, nel tradizionale stile nativo americano. C’era chi indossava nuove scarpe da ginnastica, altri le avevano ai piedi logore. Un bambino indossava la maglia di Julius Randle dei Lakers» racconta Bronson Koenig. «Ho giocato a basket per tutta la mia vita. Pensavo di aver visto ogni tipo di campo da basket, ma ciò che ho provato sul quello spazio di terra battuta, non è paragonabile a nessun’altra esperienza vissuta». «I miei occhi continuavano a vagare verso l’orizzonte, verso le colline un miglio a nord, dove si trovavano i bulldozer. Non avevo mai giocato a basket circondato da polizia e blocchi». Il cestista si è commosso davanti a quel «mare di bambini, tutti con i loro occhi su di me» e al pensiero delle terribili statistiche su chi vive nelle riserve tra abusi di droghe, depressione, malnutrizione e tassi di suicidio superiori alla media. Poi un Il tatuaggio di Bronson Koenigpiccolino gli ha chiesto se lui, da ragazzino, avesse avuto un nativo come modello da seguire. «Ho sentito la voce spezzarsi. Non avevo modelli, ma mi sono reso conto che loro, invece, avevano me. È stato un momento che mi ha commosso più di quanto mi aspettassi. Non ero venuto a Standing Rock per essere un “modello”. Ero venuto ad aiutare. Essere d’esempio anche per un solo bambino di Standing Rock, però, mi rendeva orgoglioso più di qualsiasi altra cosa avessi potuto fare, anche su un campo da basket». Bronson guarda al futuro con sfida «forse il cielo è il limite» e saggezza: «Se un uomo perde qualcosa e torna indietro a cercarlo con attenzione, lo troverà. Vado avanti tenendo a mente queste parole di Toro Seduto».

(Paola Buizza – Bresciaoggi)

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Melodia

Ero giovane e scrivevo poesie. Mentre i miei amici uscivano, io entravo, sempre più, dentro di me. Non ero (e non sono) triste. Ma sono creta plasmata dalle emozioni, tra azioni e reazioni. Tutto ciò che accade, lascia un segno su di me. Certe volte, zampilli di gioia. Altre, veli di malinconia. Il mio cuore è baricentro della mia esistenza. Questa poesia è nata a settembre, in un giorno che non ricordo,  tanti anni fa.

 

Dolce sguardo

in grazia per ieri, che fu

stringi gli occhi

innanzi a te

è la vita,

toccala

come fosse petalo di rosa

profumo, che inebria il cuore

colore, che riaccende la passione.

Dolce sguardo

dalle corde tristi

suoni melodie di ricordi

e non vedi

la musica del tempo

la luce, nel buio

la calma, nella tormenta

l’armonia della vita.

Dolce sguardo

enigmatico, sorpreso

disilluso

eppure

tranquillo.

Illuminato dal sole

mitigato dalla notte

pronto a un nuovo giorno. (LaBui)

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Fragili

Viviamo come fiocchi di neve/un miracolo dal cielo/candidi/ solidi/stupefacenti/luminosi/poi/grigi/fragili/menci/svaniti (LaBui)

 

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Parole

 

 

 

 

Parole ferme

guardano

la pioggia

cadere

ad occhi bassi

si tengono

per mano

e il petricore

sollevato

in aria

cattura

i loro occhi

nell’estasi

di una notte

di stelle cadenti (LaBui)

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E’ la Biennale, bellezza!

 

L’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (leggi: Biennale) è un mare sconfinato di emozioni, non sempre gradevoli, lo ammetto. Ma a ogni passo, a ogni pausa, in ogni angolo, cresci un po’ come essere umano. Penso non accada a tutti, ovviamente.

Bisogna saper stare nel ventre della balena, compiere, come spiegava George Orwell in un suo noto saggio, l’atto di Giona: farsi inghiottire restando passivo, accettando. E in quel ventre io ci torno sempre volentieri, con un entusiasmo e un’euforia spiazzanti, quasi fossi una bambina sulle giostre di Gardaland. Mi affascina, la Biennale. E mi fa sentire completamente al centro di un mondo multietnico e multiculturale senza barriere, giudizi e pregiudizi.

Ci sguazzo e, a volte, mi lascio trascinare a fondo. Negli abissi di linguaggi che non comprendo, di ovvietà che ingannano, di truculente o scandalose immagini che mi ripugnano. Stanze buie nelle quali accedi a tentoni, con una mano a cercare la conferma di una parete d’appoggio e dalle quali esci spogliato di corazze, con occhi su fatti che fino a ieri non avevi visto, ma solo guardato. Squarci di luce su convinzioni improvvisamente recise, abbracci di suoni che cullano l’esistenza di esseri ingrati e crudeli. Parole sussurrate, disegnate, illuminate o solo accennate per scuotere, risvegliare.

Tra la bellezza dei Giardini e l’imponenza dell’Arsenale, abbagliati da una Venezia incantevole, il respiro si fa ampio e salvifico. Non ci sono padiglioni da consigliare, opere verso cui indirizzare. Da elogiare o denigrare.

La Biennale è un fine lavoro sartoriale e, come tale, ti cuce addosso sensazioni uniche, irripetibili. Autentiche. Stimola i sensi e gioca con la tua storia personale. Ti scompone come una folata di vento. Ti spaventa, come un boato. Ti disturba, come un tanfo. Ti annoia. Ti sveglia. Ti inquieta. Ti cattura.

Si annida nella mente per poi riaffiorare, nel tempo, sotto forma di ricordi, sensazioni, profumi. Amata, odiata, elogiata o discussa. Ma esperienza conoscitiva e, come tale, arte. E’ la Biennale, bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Niente.

 

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L’assenza

 

 

 

 

Non c’è un numero di telefono

da chiamare

un aereo o un treno

da prendere

un’auto da guidare

Non c’è una lettera

da scrivere

un messaggio da inviare

una visita da fare

Non c’è più parola

che ti possa arrivare

un abbraccio

che ti possa scaldare

uno sgarbo

che ti possa offendere

Non c’è un regalo

da comprare

oppure la spesa

da fare

la spazzatura

da buttare

Non c’è più nulla

che io possa fare

e per quanto mi sforzi

d’immaginare

non c’è più una mano

da stringere

occhi in cui

guardare

Non c’è più un modo

per raggiungerti

non più un mondo

da condividere

non più un sogno

da costruire assieme

Non ci sei più

e il pensiero mi stravolge

L’immagine di te

mi percuote l’anima

Il tono della tua voce

l’angolatura del tuo sorriso

…dove sono?

Definitivo come la morte

è vero, nulla al mondo c’è. (LaBui)

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Cammina

Riemergono da archivi giovanili (im)probabili poesie. Cercavo la forza e me la davo da sola. Sempre così , io. Una vita “contro”.

 

Puoi lasciarti rubare i sogni

e svuotare le idee

puoi anche farti stracciare

i desideri

e scomporre ideogrammi

Puoi farti spegnere

il sorriso

e appesantire il passo

puoi anche chiudere

gli occhi

zittire la parola

Eppure

la vita continuerà

il sole sorgerà

la ruota girerà

il cuore batterà

nonostante il diniego

E allora

abbottonati i polsini

alzati il bavero

guarda dritto

e cammina

Cammina fino

a una nuova domanda

raggiungi lo spazio

di una nuova lacrima

vivi un nuovo sospiro (LaBui)

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